Luna blu, tra scienza aborigena e libri vintage
numero ottantaquattro
Una notte speciale quella che ci attende perché questa luna piena (sorta alle 10.45 di stamattina) è la seconda in un mese: la cosiddetta Luna blu è un evento eccezionale che si ripete solo ogni due anni tre anni e il suo nome trae origine dall’espressione inglese once in a blue moon che intende qualcosa di impossibile o di molto raro. Così il nostro faro luminoso, che scandisce il tempo con suoi cicli, torna a splendere chiudendo il mese dopo che l’aveva aperto il 1 maggio.
Grazie all’editore Nottetempo leggeremo un estratto di Il Patto con la terra (uscito recentemente nella collana Terra) di Ettore Camerlenghi, ricercatore, biologo ed ecologo, che racconta alcuni dei suoi viaggi in Amazzonia, nelle Ande e in Australia, per riflettere sulla storia dei popoli indigeni che ha incontrato. Le concezioni del mondo di questi popoli, le loro cosmovisioni indipendenti dallo sguardo occidentale, pongono l’essere umano non al vertice, ma in stretta relazione con il non-umano. Attraverso la sua esperienza, senza idealizzazione o paternalismo, Camerlenghi ci mostra un altro modo di vivere tra soggettività umane e non umane, tra natura e cultura.
In un momento storico di grave crisi ambientale è un’opera che sostiene l’importanza del dialogo tra i sistemi di pensiero occidentali e quelli indigeni perché la conservazione della natura possa continuare: “L’intersezione tra conoscenze indigene e conservazione degli ecosistemi viene oggi considerata essenziale per il raggiungimento degli obiettivi globali di tutela della biodiversità e salvaguardia della diversità culturale”, afferma Camerlenghi che si domanda, pagina dopo pagina, come e quanto può esistere un nuovo incontro, più reciproco e accogliente, tra scienza occidentale ed epistemologie indigene.
Amazzonia
“Ci sono momenti, all’apparenza insignificanti, che senza che tu lo sappia aprono porte verso altre vite. Vere e proprie biforcazioni esistenziali, che attivano treni di conseguenze capaci di deviare il tuo percorso su un binario inatteso. Io questi momenti me li sono sempre immaginati come dei veri e propri scambi ferroviari, quei dispositivi che permettono al treno di passare da un binario a quello accanto e cambiare strada. Ma a differenza degli scambi ferroviari, quelli nella vita li puoi identificare solo a posteriori, quando ti chiedi come e perchè tu sia finito in un certo luogo a vivere una certa storia. Mi ero posto questa stessa domanda una mattina, grondando sudore, mentre mi aprivo a colpi di machete un sentiero nel denso sottobosco della foresta amazzonica peruviana. Avevo una micosi sotto l’ascella e delle larve parassitiche sottopelle che, a tratti, mi provocavano fitte di dolore. Era come avere un ago conficcato nel muscolo. Inoltre, il pensiero di quelle larve di mosca intente a nutrirsi dei miei tessuti lo trovavo leggermente disturbante. I miei colleghi indigeni però mi ripetevano di non avere fretta e di aspettare a ucciderle, le larve, che altrimenti non sarei riuscito a estrarle completamente e sarebbe stato solo peggio.
Quella mattina, mentre mi asciugavo ripetutamente il sudore dalla fronte con la mano e il canto stridulo delle cicale amazzoniche faceva da eco ai miei pensieri, avevo pensato a lungo a come fossi arrivato a trovarmi lì. Avevo individuato il momento preciso, la biforcazione esatta in quella successione disordinata di eventi che chiamiamo vita. Avevo ventidue anni. Ai tempi ero uno studente triennale di Scienze naturali. Un pomeriggio, mentre mi annoiavo preparando un esame nella biblioteca del Dipartimento di Biologia dell’Università di Bologna, per distrarmi mi ero messo a curiosare tra gli scaffali. Un libro aveva immediatamente catturato la mia attenzione. Avevo letto il titolo ad alta voce prima di estrarlo dal ripiano: La diversità della vita. Era un saggio di Edward O. Wilson, grande ecologo e studioso di evoluzione della socialità nel mondo animale, in particolare nelle formiche, di cui era un esperto di fama mondiale. Una notte d’inverno, a letto, avevo aperto la prima pagina. Il titolo del capitolo era “Temporale in Amazzonia”. Fuori pioveva e la pioggia tamburellava leggera sul tetto di casa. Mi sembrava il momento perfetto per iniziare il libro, così mi ero avvolto tra le coperte e avevo cominciato a leggere. Il capitolo descriveva nei minimi dettagli una passeggiata notturna dell’autore nella foresta amazzonica, durante un temporale tropicale. Mi ero sentito trasportato tra le fronde umide e il gracidio delle raganelle, catturato da un misto di curiosità per quel mondo misterioso e senso di estatica contemplazione per un ecosistema tanto ricco, complesso e interconnesso. Un sentimento che lo stesso Wilson aveva definito “biofilia” in un altro fortunato saggio dall’omonimo titolo del 19842. In altre parole, la tendenza innata a concentrare la nostra attenzione sulle altre forme di vita e su tutto ciò che le ricorda e, in alcune circostanze, a lasciarci coinvolgere emotivamente. Quel senso di meraviglia e di mistero avrebbe poi condotto anche me in Amazzonia, dove avrei ottenuto una tesi di laurea magistrale per studiare le comunità aviane della foresta pluviale. Pure io sognavo di camminare in Amazzonia la notte, guidato soltanto dall’ascolto, durante un temporale tropicale.
Da lì in poi, tra varie collaborazioni di ricerca, ero riuscito a tornare in Amazzonia quasi ogni anno. Se durante le prime spedizioni, i primi anni, quello con l’Amazzonia era stato un innamoramento emotivo e intenso, fatto di dubbi, passioni, domande, ma anche di paure, con il passare degli anni si era trasformato in una relazione più matura, sicura, ma che non smetteva di meravigliarmi e insegnarmi cose.
©Antonio Sorrentino
L’Amazzonia e le sue foreste erano state per me la prima porta d’accesso ad altri mondi, diversi da quelli che avevo conosciuto in Italia e in Europa. Mondi non-umani. Mondi popolati da strani animali e piante, mondi complessi e misteriosi, di interconnessioni e simbiosi ecologiche. Di inganno e interdipendenza. Dove tutto si assomiglia e allo stesso tempo unico e distinto. Ragni e mantidi religiose che ricordano formiche e con le quali si mimetizzano, formiche che sembrano ragni, bruchi che imitano uccelli. Anche i canti degli uccelli, pur appartenendo a specie diverse, risultavano incredibilmente simili tra loro, e mi trovavo spesso a vagare per il denso sottobosco con gli occhi socchiusi, concentrato sulla trama di suoni, segnali acustici e canti che mi avvolgeva, per individuare esattamente la specie che dovevo rintracciare tra le altre cinquecento che popolavano la foresta. Non fosse stato per gps e bussola, mi sarei perso. Camminare nel sottobosco di una foresta pluviale come camminare sul fondo di un oceano verdeggiante. Quando abbandoni il sentiero, quell’unica ed effimera traccia umana scompare dopo pochi passi, trascinando con sé ogni riferimento. La mente annaspa, come in assenza di ossigeno, adoperandosi per cercare regolarità e riferimenti. Credi di riconoscere un tronco caduto, un ramo dalla forma particolare di fronte al quale sei convinto di essere già passato, ma sono scherzi che la foresta gioca alle menti umane. Ogni tanto, insieme a colleghi e assistenti, provavamo a orientarci senza tecnologia con il solo risultato di finire a girare in tondo. Quando a posteriori controllavamo il percorso sul gps, la traccia del nostro cammino sullo schermo pareva l’incedere di un ubriaco e mi ricordava le ragnatele sconnesse di quei ragni a cui una volta, durante uno studio, avevano somministrato dell’lsd. Poi la notte, in tenda, avvolto dal canto delle raganelle e dal richiamo ripetitivo di un gufo dagli occhiali (Pulsatrix perspicillata), ero trasportato in sogni strani e vividi, in cui rivedevo amici, persone importanti, e poi gli animali e la foresta. Nei mesi in Amazzonia recuperavo tutti i sogni che non avevo sognato durante l’anno.
“Molti bianchi non sanno sognare,” mi aveva detto un giorno un ragazzo di etnia indigena yine quando gli avevo raccontato dei miei strani sogni nella foresta e di come, invece, quando dormivo nel mio letto mi addormentassi in notti scure e senza sogni. E, almeno nel mio caso, penso che avesse ragione. Credo che la mia permanenza nella foresta, attraverso i sogni e le ore trascorse, ogni giorno, a camminare senza punti di riferimento nel sottobosco, inseguendo suoni, avesse permesso a una parte diversa del mio inconscio di emergere. Una parte del cervello meno razionale di quella che ero abituato, e in un certo senso costretto, a utilizzare giornalmente come ricercatore in Europa. E credo anche che la possibilità di mettere in pausa, almeno per un po’ e almeno parzialmente, la mia mente razionale, materialista e giudicante mi abbia permesso di affacciarmi con curiosità ad altre visioni, epistemologie e rappresentazioni del mondo. Uno dei motivi per cui mi ero specializzato nello studio del comportamento animale era la fascinazione per l’idea che esistessero altri modi di percepire la realtà, altri sguardi sull’esistente, e quindi altri mondi. Mi affascinava il concetto di rappresentazione, inteso come quadro mentale entro cui un organismo percepisce il mondo, che essendo filtrato da corpi con sistemi neurali e cognitivi diversi varia necessariamente da specie a specie. Comprendere questo concetto aveva cambiato il modo in cui percepivo le relazioni tra viventi: la biodiversità del pianeta diveniva una diversità di sguardi, un caleidoscopio di percezioni differenti della realtà, in cui siamo tutti immersi ma che appare così diversa per ogni specie. Cosa significa percepire il mondo come una cicala di mare, con sedici fotorecettori per i colori, quando noi umani ne possediamo solo tre, quelli per le frequenze luminose del blu, del rosso e del verde?
[…]
Il tempo trascorso in Amazzonia circondato non solo da strani suoni e da presenze animali, ma anche da persone con storie e vite così diverse dalla mia, aveva risvegliato in me una grande curiosità. Una forte voglia di comprendere un luogo profondamente diverso da qualsiasi cosa conoscessi al tempo. I miei progetti di ricerca in posti spesso isolati mi offrivano una possibilità di incontro e di relazione con persone indigene, la possibilità di imparare da loro, farmi domande e allo stesso tempo conoscere antropologi che da anni si dedicavano a indagare sul campo alcune delle questioni che io stesso mi ponevo. Quando si era aperta la possibilità di trascorrere alcuni giorni con degli anziani maestri di piante di etnia matsigenka, quindi, avevo colto l’occasione al volo. E così ero ritornato a Cusco, luogo di partenza prediletto per le mie scorribande in Amazzonia”.
Il patto con la terra, Ettore Camerlenghi, Nottetempo, 2026, pp. 17-22
Prima di salutarci vi segnalo un profilo instagram inglese two.artists.at.home (qui anche il sito) che è una vera delizia per tutti gli appassionati di libri vintage dedicati ai fiori, alle piante e agli animali. I libri proposti trattano svariati argomenti relativi a flora e fauna, ma anche titoli rari o insoliti su altri temi, oltre a una sezione con ceramiche, stampe e dipinti d’epoca.
Dizionari dei fiori selvatici, libri sulle rose, manuali per riconoscere gli uccelli britannici del lago, libri sulle conchiglie, sui tulipani e molto altro. Le cover, progettate spesso da artisti, sono stupende e la maggior parte dei volumi sono arricchiti con illustrazioni a colori: un angolo di bellezza da condividere.
Braccia Rubate torna con l’appuntamento del Semenzaio il 15 giugno, dedicato al al tema della fatica; intanto buona Luna blu, potente e trasformatrice.
Maria Claudia







Da grande appassionata di lune piene: che bella questa puntata, grazie!