La luna è piena dall’1:57 di oggi, 30 giugno.
Così si chiude il mese di giugno, con la luna piena delle fragole e della crescita.
Dall’orto estivo ho raccolto solo pochi peperoni friggitelli, qualche melanzana perlina, dei lamponi, zero pomodori, che sono rari e ancora tutti verdi.
Il mio puntiglio del momento però è aspettare che i finocchi arrivino a seme, per raccoglierli e usarne una parte in cucina, un’altra per riseminarli in autunno. Per ora mi godo i bei fiori gialli, a ombrello, caratteristica da cui deriva il nome della famiglia – ombrellifere – a cui appartengono anche carote, sedano, cumino, prezzemolo, pastinaca, cerfoglio, aneto e cicuta.
Fra le piante di pomodori quelle più in alto mare sono le quattro del Gigante di Belmonte: semmai arriverà il momento in cui daranno frutti, questi saranno rosa, enormi, a forma di cuore. Il Gigante di Belmonte, e il suo cugino Cuore di Bue, sono due varietà tipiche di Belmonte Calabro, paese dell’entroterra cosentino: a inizio ‘900, Guglielmo Mercurio (quanti bei nomi ci sono in questa storia?) fece ritorno nel suo paese di origine dopo un periodo in America. In tasca portava i semi di queste varietà che, nell’adattarsi al clima di Belmonte, presero le caratteristiche, uniche, che hanno oggi.
Tutto questo giro per dire di cosa parla quest’ultimo numero prima della pausa estiva: di semi, di tecniche, di idee e di piante che mettono radici, certo, ma anche che viaggiano nel mondo. Col vento e per mare, nelle tasche e nelle teste.
A raccontarci storie di orti che viaggiano c’è Michela Zaghi, coordinatrice del programma ADAPT Céréales, in Tunisia. Il suo è il viaggio di una tecnica, quella dei miscugli evolutivi di sementi, che inizia ad Aleppo, dove viene sperimentata per la prima volta a cura di Salvatore Ceccarelli e Stefania Grando, passa per l’azienda agricola di Giuseppe Li Rosi, in Sicilia, e arriva a Zaghouan, in Tunisia, grazie all’intuizione di Michela e della sua collega Moufida.
C’è Eleonora Ciampi, che già qualche anno fa ci aveva portate in Svezia con una cartolina dalla sua esperienza di wwoofing, e che stavolta ci racconta degli Orti Generali a Torino, e di quelli che li hanno preceduti, orti da viaggio o da migranti, quelli dove i vecchi operai della Mirafiori ricostruivano il legame con la terra che si erano lasciati alle spalle nella migrazione interna dal Sud Italia alle fabbriche del Nord.
E poi c’è il viaggio del faqous – فاقوس, la cui storia è affidata a Martina Martelloni, e all’associazione seeds4palestine: un melone che si raccoglie quando non è ancora maturo e si consuma come un cetriolo, originario della Palestina. Ed è da quella terra che sono arrivati i semi che Martina si è messa in testa di coltivare, per preservarli e riprodurli.
Infine chiudiamo con una lista di letture estive, per viaggiare insieme a semi, piante, utopie e lotte per la Terra.
Prima di partire – stavolta è davvero il caso di scriverlo! – alcuni appuntamenti:
domenica 4 luglio, alle 18:30, sarò a Casetta Rossa, a Roma, con Staffette dell’altra estate, per parlare di gruppi di lettura (prima c’è anche il laboratorio il grande insettario fantastico, lo dico perché: mi hai capita, dai)
è partito il quaderno degli inizi, che andrà avanti per tutta l’estate: ogni due settimane parte una traccia di scrittura, un esercizio di immaginazione, uno spunto di osservazione, un invito a prestare attenzione al mondo vegetale e a raccontare le sue storie.
È gratuito e libero, si può scrivere sempre o mai, disegnare, comporre mappe, raccogliere fiori e foglie, seminare e stare a guardare cosa accade: ci si iscrive da quiil quaderno è un modo per attendere l’inizio di un semenzaio di letture e di scritture, un laboratorio in partenza a ottobre, strutturato in una serie di incontri pensati, per l’appunto, come semi, che possano far germogliare nuove storie. Per chi vuole cominciare (o ricominciare) a scrivere, partendo da un diario del giardino o dell’orto, da un erbario, dall’attenzione al mondo botanico, al selvatico, al cammino fuori dai margini
ci abbiamo pensato su per un anno e ora parte per davvero la piccola biblioteca diffusa di Braccia Rubate: se vuoi ricevere uno dei libri che abbiamo consigliato durante gli incontri aperti del novilunio (o altri sugli stessi temi), mandaci un’email con l’indirizzo a cui spedirlo; avrai il solo impegno di rispedirlo a tua volta, dopo averlo letto 🌱
Da Aleppo a Zaghouan, passando per la Sicilia
di Michela Zaghi
Con Moufida nella parcella dimostrativa a Zaghouan
Questo racconto ha inizio diversi anni fa, in una calda giornata d’autunno del 2014.
All’epoca lavoravo per una ONG italiana e mi trovavo nella campagna di Zaghouan, a sud di Tunisi, per assistere ad una formazione rivolta agli agricoltori della zona. Al termine dell’incontro, andammo a pranzo presso una cooperativa femminile che aveva preparato il pasto per tutti i partecipanti utilizzando esclusivamente prodotti locali.
Come spesso accade in Tunisia, sulla tavola troneggiava l’immancabile piatto di harissa, generosamente ricoperta di olio d’oliva. Presi un pezzo di pane tabouna, ma mi accorsi subito che qualcosa era diverso: il colore e la consistenza non erano quelli a cui ero abituata. Lo assaggiai e ne rimasi conquistata. Il sapore era straordinario, intenso e ricco pur nella sua semplicità.
Chiesi che tipo di pane fosse e mi risposero che era semplicemente tabouna. Impossibile, pensai: non poteva essere una tabouna qualunque, quella era unica. Fu allora che mi spiegarono il segreto. A fare la differenza era il grano.
Preparazione del pane tabouna che prende il suo nome dal forno in cui viene preparato. Foto di Ernest Riva.
In quella regione si coltivano ancora antiche varietà locali di grano duro, tra cui il Mahmoudi. Considerato uno dei migliori per la preparazione del couscous, questo grano è utilizzato anche per la produzione della tradizionale tabouna, un pane che affonda le sue radici nella cultura alimentare tunisina e che, a differenza di molte altre varietà di pane diffuse nel Paese, è preparato proprio con farina di grano duro.
Non potevo immaginare che quel semplice assaggio di tabouna avrebbe cambiato il mio modo di guardare all’agricoltura e al cibo. E non solo. Quella che all’inizio era soltanto una componente del mio lavoro nella cooperazione internazionale si è trasformata lentamente in una passione personale. Nel corso degli anni ho approfondito il tema attraverso letture, ricerche e confronti sul campo, fino a scegliere di dedicargli anche una tesi di master.
Questa passione è cresciuta di pari passo con la mia attività professionale. Da diversi anni mi occupo del coordinamento del programma ADAPT Céréales, finanziato dall’Unione europea e realizzato dall’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo (AICS) in partenariato con il Programma Alimentare Mondiale (PAM). Il programma sostiene la transizione verso una cerealicoltura più sostenibile e resiliente in Tunisia, accompagnando gli agricoltori nell’adozione di pratiche agroecologiche.
Una ricerca che continua fino ad oggi e che è iniziata proprio grazie a un pezzo di pane appena sfornato.
….
_
Michela Zaghi è nata in provincia di Milano, ma ha trascorso circa la metà della sua vita in Tunisia dove è cresciuta e dove attualmente vive e lavora. Dal 2021 si occupa del coordinamento del programma ADAPT Céréales, finanziato dall’Unione europea.
Orti da viaggio
di Eleonora Ciampi
Viaggiare può significare qualcosa di molto diverso da quello a cui pensiamo istintivamente: non piacere, non esplorazione, ma necessità. Un peso che grava(va) sulle teste di tante persone che nascono qui, e già sanno che dovranno spostarsi laggiù, lassù o altrove per ragioni che la ragione non può evitare di vedere, e il lavoro è una di queste.
A Mirafiori, uno dei quartieri più a sud di Torino, lavorare è sempre stata una cosa seria: qui si sono trasferite migliaia di persone tra gli anni ‘60 e ‘70 per lavorare nel grande stabilimento Fiat che proprio dal quartiere ha preso il suo nome.
Un trasferimento che sapeva di trapianto con tanto di radici: famiglie intere hanno fatto i bagagli per lo più dal Sud Italia e sono arrivate in questo quasi anonimo quartiere di Torino, facendone balzare la popolazione da 3.000 a 40.000 abitanti in un decennio.
Inurbamento vero e proprio per migliaia di persone che scappavano dalla miseria della vita nei campi portando con sé la speranza di vivere meglio, con un lavoro più stabile e moderno, al passo coi tempi.
© Mirafiori dopo il mito
Dallo stabilimento di Mirafiori uscivano a quel tempo circa 5.000 vetture al giorno: di lavoro ce n’era molto, di tempo e modo per rifiatare dai ritmi martellanti della fabbrica, meno. In questo senso il quartiere, che ancora oggi definiamo al confine tra campagna e città, venne in soccorso di molti fornendo quei fertili spazi interstiziali dove proiettare altre vedute, riprendere vecchie consuetudini, sentirsi un po’ più a casa.
Non c’è dubbio che una delle abitudini più comuni tra questi operai del Sud Italia fosse proprio lavorare la terra. Coltivare il proprio orto è parso a molti una naturale estensione del vivere: un piccolo spazio lungo il torrente Sangone o in uno degli ampi spazi verdi al tempo ancora non mangiati dal cemento, dove far crescere le verdure per il sostentamento familiare e trascorrere le ore tra un turno e l’altro.
La tradizione di orti spontanei (o illegittimi, o abusivi, come hanno voluto chiamarli poi le amministrazioni locali) è quindi piuttosto antica da queste parti e la domanda di orti pare non essersi mai completamente estinta.
© Miraorti - 2012, il progetto di ricercAzione che ha dato origine a Orti Generali e aveva l’obiettivo di mappare luoghi, persone e esigenze attorno agli orti spontanei di Mirafiori Sud
Un po’ perché questi giovani operai ora sono anziani nonni che continuano a recarsi nei propri orti (in alcuni casi si tratta proprio degli stessi appezzamenti di terra di quarant’anni fa) a prendersi cura di pomodori e zucchine, e un po’ perché, lo sappiamo, l’orto vuole l’uomo morto, ma la scrivania è capace di spegnerci lentamente giorno dopo giorno; e quindi la richiesta di orti da parte di giovani ragazzi trentenni non ha fatto che aumentare, dal post-pandemia in poi, in maniera ancora più significativa.
È proprio in questo contesto che si inserisce il progetto di rigenerazione urbana Orti Generali: nato nel 2019 come associazione, oggi è un’Impresa Sociale del Terzo Settore che opera dentro Parco Piemonte, uno dei parchi di Mirafiori Sud, anch’esso a vocazione tradizionalmente agricola fin dai tempi della corte sabauda e che oggi ospita più di 260 orti lottizzati in parcelle da 50, 75 o 100 mq e coltivati da una comunità composita di ortolani urbani di prima, seconda e anche terza generazione.
Sì, perché alcuni degli ortolani a Orti Generali sono ancora ex operai Fiat in pensione che il bicipite lo allenano fissando canne di bambù al posto di bulloni o strappando erbe ogni giorno, ma moltissimi sono anche figli e nipoti di quei lavoratori migranti che spesso affittano un orto con i propri partner o amici e affollano i lunghi viali di bambini e giovanissimi che si rincorrono o si dondolano sulle amache mentre aspettano che mamma e papà finiscano con i lavori in orto.
Tanti arrivano da altre zone di Torino e si fanno anche alcuni chilometri per poter arrivare quasi in campagna e dedicare qualche ora della propria settimana a semine, trapianti e raccolte: non solo per il gusto di riempire il frigo con prodotti propri, ma anche per il piacere di trascorrere ore lontani dagli schermi e in comunità.
© Orti Generali
Fin dalla sua nascita Orti Generali è stato infatti soprattutto luogo di incontro sociale, dove gli orti non hanno geometrie regolari a schiera ma piuttosto a incastro, sul modello dei Parc Potager, con spazi di connessione, rondò, panchine e anche un piccolo chiosco ristoro e la fattoria urbana a pochi metri dove socializzare, seguire corsi e fermarsi a fine giornata.
Per questo nella valigia degli ortolani di Mirafiori Sud c’è molto di più di un fiore di cavolfiore o un grappolo di datterini, c’è una storia che parte dal sud e arriva fino a Torino attraverso il gusto condiviso della passata di pomodoro fatta tutti insieme, come una volta, su scala di quartiere.
_
Eleonora Ciampi, lavora nella comunicazione da tanti anni, ma vorrebbe fare la wwoofer di professione. Questo è il suo substack.
Un faqous a Nettuno
di Martina Martelloni
Mentre irrigo le aromatiche nel bancale davanti casa, ho l’abitudine di togliere le spontanee troppo espansive fuori contesto (no, non le chiamerò mai erbacce) tirandole via, una a una, con le mani. Anche se la vera e propria pulizia è capillare e intenzionale, cerco di mantenere la pressione delle graminacee il più bassa possibile.
Il bancale delle aromatiche in realtà è la casa di molte piante, tutte quelle che ci piacciono da aggiungere ai piatti, più quelle che avanzano dai trapianti in orto, più quelle in fin di vita che salviamo dai ripiani dei supermercati, dai cigli delle strade, e dalla bocca dei nostri cani.
Insomma, nel bancale c’è posto per tutti, ovviamente anche per la terra avanzata da semine e trapianti non andati a buon fine.
Chi avvia e cura semenzai stagionali lo sa: non tutto germina, non tutto trova posto nel regno della clorofilla, rimanendo per sempre un tentativo di vita, un piccolo big bang invisibile che, dopo essersi fatto luce per qualche ora o giorno, torna inevitabilmente alla polvere senza lasciare traccia del suo passaggio. Li ho sempre immaginati simili questi processi: una pianta che non ce la fa è come una stella che muore, libera energia e crea nuovo humus per la vita che verrà.
Romanticismo a parte, chi vive a diretto contatto con i semi sa bene che se le piante sono deboli, poco vigorose, spente e troppo piccole, raramente arrivano al trapianto.
Ed è così che inaspettatamente abbiamo (quasi) perso il Faqous, un cucumis melo, un meraviglioso melone coltivato, raccolto e mangiato come un cetriolo, fresco e croccante, da inserire in insalate (tipicamente nel fattoush), salamoie e altre preparazioni fresche.
Inaspettatamente perché le piantine appena germogliate erano davvero meravigliose. Foglie spesse, fusto dritto, verde brillante di speranza. Quel platueu di piccole foglie verdi era massiccio, orgoglioso, forte. Lo guardavi e pensavi: si vede che vengono dalla Palestina.
Quei semi si erano evoluti tramite secoli di adattamento all’ambiente, hanno visto devastazione, dolore, oppressione ma anche gloriosa resistenza, l’amore di generazioni attraversare gli stessi orti, la saggezza e la cura di una civiltà millenaria.
Eppure il faqous era lì, esanime e senza vita: dopo un check attento, al limite dell’ossessivo, di ogni alveolo; dopo un’ispezione precisa e incredula, abbiamo preso atto del fallimento.
Quali errori avevamo commesso con la semina? Erano forse i semi a essere privi di germinabilità? Si erano deteriorati in viaggio oppure avevamo sbagliato qualcosa nella conservazione?
Tutte domande che restano aperte, perché chi semina sa anche questo: il fallimento e il lutto fanno parte della quotidianità.
L’esaltazione biofila ha un rovescio della medaglia, ovvero la consapevolezza che il nostro intervento è solo una maglia della catena e che le nostre buone intenzioni sono solo un piccolo input, che a volte innesca processi sintropici, ma nella maggior parte dei casi favoriscono l’erosione anziché contenerla.
Tornando al faquos: era morto.
Abbiamo svuotato i plateau dal terriccio nel bancale delle aromatiche e con molto rammarico ma profonda accettazione, ci siamo concentrati sulle altre varietà da riprodurre .
Dopo qualche giorno, mentre irrigavo, ho notato una piantina verde acceso, spuntata tra un glomero di foglie secche nel lato del bancale, che probabilmente erano i vecchi germogli non arrivati al trapianto.
Avevo compreso che si trattava di un faqous superstite, ma non volevo cantar vittoria e creare illusioni.
Dopo qualche giorno mi decido a mandare un messaggio a Jay, i semi ce li ha dati lei e sono nativi dei territori palestinesi: salvati, riprodotti e conservati con l’obiettivo di non mandarli perduti, in quella spirale di erosione della vita (tutta) che solo l’escalation di devastazione coloniale riesce a portare avanti con tale drammaticità.
Nel collettivo Seeds4Palestine siamo tutti convinti del fatto che ogni seedsaver oltre a conoscere la storia, le caratteristiche e le esigenze delle varietà che custodisce, condivide con esse parte della sua intelligenza e del suo intuito, ed è anche per questo che il dono e lo scambio sono così importanti nella conservazione e riproduzione di varietà antiche: c’è una genetica non tracciabile dai microscopi che ha bisogno di essere tramandata, così come si tramandano i tratti genetici che portano le specie viventi ad evolversi. Le informazioni su un seme sono tasselli fondamentali per l’evoluzione di tutte le specie viventi.
Jay mi dice che per identificare con precisione la pianta ha bisogno di foto, descrizione precisa, consistenza.
Ovviamente la prendo molto sul serio, se abbiamo una possibilità di riprodurre questa cultivar, non possiamo fare errori.
Prima dell’inizio della copiosa fioritura isolo la pianta, appena spuntano i piccoli fiori gialli sulla pianta, inizia l’identificazione.
Distinguere le cultivar di una stessa specie, per giunta di cucurbite è molto complesso, nella mia immaginazione esiste un girone dell’inferno in cui si è costretti a identificare e distinguere le cultivar di zucchine e zucche, meloni e cetrioli, senza poterne vedere i frutti, ma basandosi esclusivamente su foglie e fiori.
Fortunatamente Jay ci dice “È Faqous!” giusto in tempo per non sprofondare negli inferi e realizzare che la vita ce l’ha fatta anche stavolta, e con lei, noi.
Ed è da qui, in un bancale autocostruito con il legno di recupero, che inizia la nostra (inaspettata) relazione con il Faqous.
_
Martina Martelloni è nata a Roma e cresciuta ai castelli romani, porta avanti un progetto in Permacultura a Nettuno con l’associazione Madre Talea Ets di cui è fondatrice.
Insegna discipline letterarie nel primo grado di studi nella scuola secondaria ed è attivista di seeds4palestine, collettivo che riproduce semi resistenti e organizza incontri sulla resistenza agricola in Palestina.
Una lista di letture per viaggiare con semi, piante e utopie
I suggerimenti di Maria Claudia
Le incredibili avventure delle piante viaggiatrici, di Katia Astafief
traduzione di Sara Prencipe, add editore
Storie rocambolesche e avventurose di piante che viaggiano nel mondo: dalla peonia alla sequoia, dal rabarbaro al tabacco.Semi. Viaggio all’origine del mondo vegetale, di Thor Hanson
traduzione di Allegra Panini, il Saggiatore
Il mondo è fatto di semi: un minuscolo organo inerte che può diventare una delle più maestose manifestazioni della natura. Un viaggio per capirne l’importanza e tutta la loro meraviglia.Il favoloso viaggio delle piante, di Stefano Mancuso e Philip Giordano
Aboca edizioni
Un libro illustrato che racconta a grandi e piccoli come senza le piante non ci saremmo nemmeno noi.Seminare il futuro. Perché coltivare la biodiversità?, di Salvatore Ceccarelli e Stefania Grando
Slow Food
I semi si trovano al centro degli argomenti più dibattuti di oggi, dalla biodiversità al cambiamento climatico fino alle conseguenze sulla nostra salute: una lettura per scegliere cosa mangiare e coltivare.
e i miei
Terra viva. La mia vita in difesa della biodiversità, di Vandana Shiva
traduzione di Marta Lanfranco, Aboca edizioni
«La mia infanzia è stata plasmata dalle foreste dell’Himalaya e dalla fattoria di mia madre ai piedi delle colline. La natura è stata la mia prima ispirazione e lo studio di essa la mia prima passione»Tutti i libri di Vandana Shiva – attivista e ambientalista indiana, che si occupa principalmente di agroecologia – sono un viaggio nel mondo seguendo le rotte, di volta in volta, delle guerre per l’acqua e per la terra coltivabile, delle lotte per la sovranità alimentare e contro i brevetti sulle sementi. In questo libro racconta come, al suo ritorno nei luoghi di origine, fra le foreste dell’Himalaya, ha aderito prima al movimento Chipko (le abbracciatrici di alberi indiane) fino a diventare una delle più influenti e importanti voci in lotta per un cibo più giusto e come questa lotta sia internazionale, tenga insieme forza, saperi, diritti e comunità contadine in tutto il mondo.
Fare utopia di Paolo Bosca
nottetempo
«La terra è tutto ciò per cui vale la pena lottare oggi. La terra con la minuscola, sporca e senza nome. La terra dove crescono le radici, secca umida secondo il clima. Terra libera sulla quale far camminare l'immaginazione e i desideri. Terra vuota da attraversare e in cui fermarsi. Terra piena da svuotare e rendere disponibile, di nuovo.»
Con Paolo Bosca si viaggia attraverso progetti utopici, che provano a immaginare un futuro diverso, e lo fanno nella concretezza del legame con la terra, coltivata, negli orti delle periferie, nella resistenza dei collettivi contadini, nella rigenerazione dei territori.
(Paolo è stato ospite del numero 51 di Braccia Rubate, e del suo libro torneremo sicuramente a parlare.)L’internazionale della Terra. Cambiamento climatico, giustizia sociale ed ecologia della relazione, di Giuseppe De Marzo
minimum fax
«Ogni entità vivente ha diritto a esistere e rappresenta un fine in sé. A prescindere da noi. Vuol dire che tutti sono degni di vivere e di essere riconosciuti come parte del tutto. Significa che abbiamo la responsabilità di riconoscere e garantire il diritto della vita alla vita.»
Il viaggio di Giuseppe De Marzo è un viaggio che intesse relazioni: solo con un’ecologia della relazione possiamo pensare un’alternativa giusta al presente. Solo con un movimento, internazionale, che sappia tenere insieme la vita, che superi frontiere, divisioni, distanze, che metta al centro quella rete di vite interconnesse che costituisce un’unica entità, un unico diritto primordiale e basilare, quello all’esistenza, un’esistenza giusta, di tutte e tutti.Vagabonde! Una guida pratica per piccoli esploratori botanici, di Marianna Merisi
TopipittoriPer chi rimane in città, una guida per scoprire delle incredibili viaggiatrici: le piante spontanee, imprevedibili e pioniere, che spuntano nei luoghi più impensabili, nelle crepe, nelle fessure, nei margini, negli spazi abbandonati e dimenticati.
E con le piante vagabonde di città si conclude anche questo numero: Braccia Rubate si ferma per l’estate. Tornerà per la luna piena del 26 settembre, con un numero ancora tutto da pensare.
Intanto grazie per aver letto fin qui, proteggiti dal caldo, se e come puoi, proteggiti da ciò che questo caldo ti fa pensare: sembra che il mondo stia bruciando ovunque, ma ovunque c’è anche il possibile. Bisogna guardare dove il fuoco impazza, nelle guerre, nelle temperature che uccidono, in quelle piazze dagli slogan osceni, ma bisogna ricordarsi anche del possibile. Sempre. Le cose sperate stanno accadendo, e possono accadere ancora, le utopie vengono pensate, sognate e coltivate nella terra, se ovunque il mondo sembra bruciare, ci sono anche posti dove le persone, pazienti, continuano ad annaffiare. Questo è, questo è sempre stato. Abbiamo bisogno di lucidità, di fermezza, di un buon ventaglio, di un poco d’acqua, di semi buoni. Di relazioni da tenere vive, e pure di qualcuna da recidere. Di avere il coraggio di sporcarci le mani, che le lotte dei duri e puri sono senza fiato e senza visione, hanno troppo ego e poca generosità, sono lontane dalla terra, e lontano dalla terra niente può crescere in modo sano.
Buon viaggio, buone utopie,
Barbara










